Parlamento / Oggetti / 26.3665
Il Consiglio federale intende vietare il gruppo paramilitare Rapid Support Forces (RSF) inserendolo nell'elenco delle organizzazioni terroristiche?
depositato il 16.06.2026 nella Sessione estiva 2026Prima Camera: Consiglio degli StatiLiquidato (21.09.2026)
Iter nelle Camere
Le decisioni delle Camere e delle commissioni, nei termini dei Servizi del Parlamento.
- 21.09.2026CommissioneDiscussione
Testo depositato
Le gravi atrocità commesse dalle RSF (Rapid Support Forces) in Sudan sono una realtà riconosciuta dall’ONU e sono sistematicamente rivolte contro i civili, massacrati a migliaia. Non si può seriamente intravedere alcuna speranza di pace in Sudan finché questo gruppo paramilitare non sarà stato vietato dalla comunità internazionale in quanto organizzazione terroristica. La Svizzera deve indicare la strada e dare l’esempio.
Motivazione
Il conflitto in Sudan è iniziato il 15 aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi (SAF), guidate dal generale Burhan, e un gruppo paramilitare (Rapid Support Forces, RSF), guidato dal generale «Hemeti», che intende prendere il potere. Questo conflitto ha causato migliaia di morti, milioni di sfollati e una grave crisi umanitaria, senza che nessuna delle due parti sia finora riuscita a prendere il sopravvento, né si intraveda alcuna prospettiva di pace.
Le RSF sono accusate dall’ONU, dalle ONG e da numerosi testimoni di aver commesso gravi e sistematiche atrocità contro i civili a partire dal 2023. In particolare, sono coinvolte in massacri su larga scala, come quello di El Geneina, dove sono state uccise tra le 10 000 e le 15 000 persone, spesso nel corso di attacchi mirati a comunità specifiche (in particolare i Masalit), con esecuzioni sommarie, sparatorie contro civili in fuga e fosse comuni. Le RSF sono inoltre accusate di aver condotto una campagna di violenze sessuali sistematiche, tra cui stupri individuali e di gruppo, rapimenti e schiavitù sessuale, pratiche utilizzate come armi di terrore. Hanno altresì compiuto saccheggi massicci e organizzati (case, ospedali, magazzini umanitari) e distrutto infrastrutture civili, aggravando la crisi.
Sono anche coinvolte in sfollamenti forzati di massa, appiccando incendi in quartieri o villaggi, nonché in rapimenti, detenzioni arbitrarie e reclutamenti forzati. A El Fasher, i combattimenti hanno causato un numero stimato di vittime dirette che arriva fino a qualche migliaio, ma l’assedio e il deterioramento delle condizioni di vita hanno provocato una mortalità complessiva che potrebbe raggiungere circa 60 000 vittime.
A livello internazionale, gli Stati Uniti hanno sanzionato il capo delle RSF, Mohamed Hamdan Dagalo («Hemeti»), per il suo ruolo in tali violenze; Washington accusa infatti le RSF di atrocità di massa, tra cui atti che potrebbero configurarsi come crimini contro l’umanità e pulizia etnica, e talvolta descritti come potenzialmente equiparabili al genocidio.
Nel complesso, il conflitto ha un impatto ben più ampio rispetto al solo numero di morti confermati (da 10 000 a 15 000). Stime più realistiche, come quella dell’ex inviato speciale statunitense Tom Perriello, parlano di circa 150 000 morti nel 2024, includendo gli effetti indiretti, quali la carestia o le malattie, mentre oltre 8 milioni di persone sono state sfollate.
La Svizzera ha tentato una mediazione che si è rivelata un fallimento. Così, nell’agosto 2024, a Villars-sur-Ollon (VD) si sono tenuti dei colloqui sul Sudan, avviati e coordinati dagli Stati Uniti, con la partecipazione di attori internazionali coinvolti nella questione sudanese.
All’epoca la Svizzera non era il mediatore principale, ma il Paese ospitante e il mediatore dal punto di vista logistico e diplomatico.
Tali discussioni miravano in particolare a sbloccare i negoziati, rimasti in stallo dopo Jeddah, a coordinare le posizioni internazionali (soprattutto occidentali e regionali) e a esplorare possibili vie per un cessate il fuoco o per l’istituzione di meccanismi umanitari. Quest’incontro è fallito perché le Forze armate sudanesi (SAF) non si sono recate in Svizzera.
La Svizzera (DFAE / Divisione Pace e diritti umani (DPDU)) ha quindi avviato il «processo di Nyon», che consiste in incontri riservati volti a discutere del conflitto in Sudan con le forze politiche sudanesi. La Svizzera svolge in questo contesto soprattutto il ruolo di ospite e di mediatore, consentendo a queste forze politiche di dialogare in un contesto neutrale. L’idea non è quella di negoziare direttamente la pace tra le parti sudanesi, ma piuttosto di mantenere aperto il dialogo e di proporre alcune linee guida preliminari, come ad esempio tregue o aiuti umanitari.
Alla fine, ciò ha permesso di mantenere i contatti e di riflettere su alcune soluzioni, ma senza risultati concreti sul campo né un accordo di pace.
Ad oggi, quindi, non è stato ottenuto alcun risultato e le RSF continuano a commettere violazioni, in totale mancanza di rispetto del diritto internazionale.
La nostra neutralità impone di agire con cautela nell’individuare i responsabili di crimini di guerra o di crimini contro l’umanità, fintantoché la missione del nostro Paese, volta a contribuire alla pace, rimane concreta. Oggi non c’è alcuna speranza concreta di portare le due parti al tavolo dei negoziati, e solo una forte pressione da parte della comunità internazionale su una delle parti in conflitto - che non si pone alcun limite nell’uso del terrore contro la popolazione civile — riuscirà a porre fine a questo conflitto. Il ruolo della Svizzera, in qualità di depositaria delle Convenzioni di Ginevra, è quindi quello di designare le RSF come organizzazione terroristica, così come ha fatto recentemente con altre entità non governative.
Parere del Consiglio federale
Il Consiglio federale è profondamente preoccupato per la situazione umanitaria e politica in Sudan e segue gli sviluppi con grande attenzione. Sfrutta appieno il margine di manovra che gli è concesso dalla legge sugli embarghi del 22 marzo 2002 (LEmb; RS 946.231). Oltre ad attuare le sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU, nel 2024 ha aderito anche alle sanzioni dell’UE. L’ordinanza del 25 maggio 2005 che istituisce provvedimenti nei confronti del Sudan (RS 946.231.18) vieta la vendita, il transito, la fornitura e la mediazione di materiale d’armamento di ogni genere verso il Sudan. Inoltre la presente ordinanza stabilisce le misure finanziarie e le sanzioni di viaggio nei confronti di 37 persone, imprese e organizzazioni. Tra questi vi sono anche quelle legate alle Rapid Support Forces (RSF).
La Svizzera non prevede lo strumento dell’elenco delle organizzazioni terroristiche, attraverso il quale il Consiglio federale potrebbe classificare alcune organizzazioni come terroristiche. Se invece si parla di divieto di organizzazioni, va precisato che in Svizzera tali divieti vengono pronunciati solo raramente. Il Consiglio federale ritiene importante mantenere la prassi finora seguita, secondo cui le organizzazioni vengono vietate solo in casi specifici, in presenza di motivi estremamente gravi; dal punto di vista del Consiglio federale, è importante porre al centro dell’attenzione la gravità della minaccia effettiva che un’organizzazione rappresenta per la sicurezza della Svizzera come presupposto per un divieto. Solo così i divieti sono efficaci e le risorse impiegate a tal fine sono giustificabili. Considerando il fatto che attualmente le RSF non rappresentano una minaccia per la sicurezza interna o esterna della Svizzera tale da giustificarne un divieto di questo tipo, il Consiglio federale non ritiene al momento opportuno vietarle.
Il Consiglio federale continuerà tuttavia a sfruttare appieno il suo margine di manovra nell’affrontare la situazione umanitaria e politica in Sudan.
Fonte: Parlamentsdienste der Bundesversammlung, Bern, consultato il 22.09.2026. Dati grezzi
Non si tratta di una pubblicazione ufficiale. Nomi, cifre e testi delle votazioni sono riportati senza modifiche, così come li pubblicano i Servizi del Parlamento.
